Comunicare o divulgare? Questo è il dilemma
A prima vista, uno direbbe che siano la stessa cosa divulgare e comunicare, ma io sono dell'idea che siano due cose a tratti molto diverse, che al contempo servono assolutamente per fare della (buona) scienza e aiutano a migliorare le proprie doti di narratore della scienza.

Narrazione e scienza sono sempre andate di pari passo.
La prima ha bisogno delle conoscenze e delle scoperte della scienza per rinnovarsi continuamente, la seconda, invece, ha bisogno di nuovi mezzi per essere spiegata al grande pubblico.
Il problema della scienza, da sempre, è stato quello di aver bisogno di grandi narratori per rompere gli schemi rigidi del pensiero scientifico.
Pensate al primo grande narratore, che fu anche anche uno dei fondatori del metodo scientifico: Galileo Galilei. Ma oltre a lui, anche un altro grande scienziato è diventato famoso grazie alle sue capacità narrative e comunicative: Charles Darwin.
Infatti, quando dovette scegliere come pubblicare e far conoscere al mondo la sua rivoluzionaria teoria sull’evoluzione umana, scelse la prima forma primordiale di libro di divulgazione scientifica: una lunga monografia, senza note con un solo diagramma al suo interno.

Ma come si fa quindi a narrare la scienza?

Un grande esperto di questo settore è sicuramente Telmo Pievani dell’Università di Padova. Egli ha spiegato che narrare la scienza è fondamentalmente un atto di umiltà e di profonda intelligenza, perché spostarsi da un piano di descrizione del metodo scientifico (articoli su riviste specializzate) a articoli su giornali o quotidiani nazionali, non significa sottovalutare il proprio lettore perché “tanto non può capire”, anzi, è un atto molto più difficile per lo scienziato.
Altro metodo è raccontare la scienza a partire dalle origini che hanno guidato la mente dello scienziato a plasmare quella particolare teoria o arrivare a quel preciso risultato. Questo renderà il racconto molto più semplice, lineare, accessibile a tutti ed umano.

Divulgatore vs comunicatore

Questi concetti sono ormai da molti anni immersi nella cultura scientifica. Oggi sempre di più di sente parlare della figura del Divulgatore Scientifico. In Italia la figura che più di tutte incarna le capacità dialettiche del divulgatore è un famoso giornalista che tutti noi conosciamo: Piero Angela, che ha inventato un nuovo modo di narrare e divulgare scienza in maniera olistica. E non dimentichiamoci anche il figlio, Alberto Angela  *clap clap*
Ma come ha fatto Angela ad ottenere questo enorme successo, che dura ormai da decenni? Certamente grazie alle sue capacità dialettiche ma anche grazie alla forza attrattiva della grafica tridimensionale dei video che ha permesso a tutti gli spettatori di comprendere concetti e teorie complicate, solo guardando le animazioni. Ma ora il mondo è di nuovo cambiato e quindi anche la narrazione della scienza deve modificarsi di conseguenza.

Aprendo internet sui cellulari/tablet/pc troveremo narratori e divulgatori della scienza ovunque. Andate in una qualsiasi libreria, troverete scaffali pieni di libri che spiegano benissimo tutto quello che c’è da sapere su qualsiasi argomento: biologia, fisica, matematica, chimica, clima, universo, neuroscienze, tumori, alimentazione, marketing... Ogni volta che entro in libreria perdo ore a guardare copertine, sfogliare pagine... Il mondo ha bisogno ora di una nuova forma di divulgatori: i comunicatori.

Il comunicatore della scienza è colui il quale esce dagli spazi classici della scienza, e sceglie di narrare una storia all’interno di spazi che un tempo erano impensabili, che niente hanno a che fare con il pensiero scientifico: bar, caffè, teatri... La scelta di questi spazi dona alla comunicazione un abito nuovo, molto più di impatto di un articolo scientifico!

Il divulgatore è chi ha studiato per una vita un particolare argomento e si trova nella condizione di diffondere questa conoscenza alla comunità. Il suo approccio è però di natura verticale, nel senso di complementare, cioè dall’alto verso il basso: il divulgatore è al centro del palco (in alto) con le luci puntate su di lui e fornisce la conoscenza al pubblico seduto (in basso) in platea. Perciò sarà fondamentale il linguaggio non-verbale che userà per accompagnare le parole. La massima rappresentazione di questo tipo di comunicazione è il programma di divulgazione TED: il pubblico raccoglie le informazioni (passivamente) e le porta via con sé.

Il comunicatore è invece più spostato verso l’asse orizzontale: la persona che fa comunicazione scientifica è “in mezzo” al pubblico. Sarà meno importante la sua presenza fisica sul palco, perché l'attenzione sarà sul suo messaggio che deve diffondersi in modo capillare nella testa delle persone. Siamo in una condizione di simmetria tra chi parla e chi ascolta ed è concessa anche l’interazione durante l’espressione della comunicazione. Uno dei primi ad usare in maniera sistematica questo tipo di comunicazione fu Bill Clinton in America, subito riprodotta da Silvio Berlusconi durante le sue prime campagne politiche. In ambito scientifico ancora non ci sono personalità tali da essersi distinte in questa nuova forma di comunicazione. 

La capacità di cogliere e comprendere il linguaggio verbale è perfettamente spiegata da una teoria neuroscientifica nota come embodiment of language. In generale, le rappresentazioni semantiche sono entità mentali di natura astratta, diverse dall’espressione di verbi motori. Mentre le prime sono decodificate ed elaborate all’interno del sistema linguistico, i verbi di natura motoria seguono un altro percorso.
Le rivoluzionarie teorie sull’embodiment of language hanno dimostrato che la corteccia sensoriale e la corteccia motoria primaria sono coinvolte in modo cruciale nella cognizione delle parole. In particolare, la teoria afferma che la comprensione del linguaggio si basa su prove di esperienze sensoriali e motorie relative al significato specifico che il linguaggio porta con sé. Questo meccanismo innesca una più immediata comprensione delle parole.

Fateci caso quando ascolterete un divulgatore rispetto a un comunicatore: il primo userà verbi più astratti, mentre l’altro userà molti più verbi motori. I primi attirano l’attenzione attraverso il complesso processo di traduzione che un verbo astratto porta con sé, i secondi invece giocano sull’efficacia a livello fisico dato dall’uso di verbi motori immediatamente e più facilmente compresi dal pubblico attorno a sé.
La chimica è una cosa che serve a tutto. Serve a coltivarsi, serve a crescere, serve a inserirsi in qualche modo nelle cose concrete.
[-] I seguenti utenti ringraziano Geber per questo post:
Beefcotto87, myttex




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