La giornata della Memoria
Oggi è, formalmente, la diciassettesima giornata della memoria, anche se Auschwitz è stato liberato nel 1945, 77 anni fa. Questa ricorrenza è una di quelle cose che per alcunə, col passare degli anni, perde di significato. Ci sono persone, ahi me sempre di più, che pensano che col passare degli anni questa giornata diventi sempre più una banale formalità. E invece non può essere così. Non può essere così perché oggi succede nel mondo quello che succedeva ottant’anni fa. Succede in forme diverse, alternative, ma anche in modi del tutto simili a quelli nazifascisti. Ci sono donne e uomini che in Libia vengono incarceratə, picchiatə, abusatə e torturatə da una polizia di stato libica ma con mezzi tutti Made in Italy. Uomini e donne sono costrettə ad attraversare i Balcani a piedi nudi, nella neve senza cibo e acqua per tentare di raggiungere quelle terre che diciamo essere libere e civili, che li respingono. In Polonia, paese facente parte dell’UE, i diritti civili di donne e persone non etero-cis sessuali vengono calpestati quotidianamente. Il diritto all’aborto viene negato e vengono istituite le zone “LGBT-free”.  E si potrebbe andare avanti per ore nominando tutti i paesi nei quali esportiamo armi (nel 2018 l’Italia ha esportato armi per 4,8 mld €), le migliaia di vite affondate nel mediterraneo, i bambini separati dai genitori al confine Messico-USA, gli abusi che avvengono quotidianamente nelle nostre carceri e tanto altro. 
Davanti a questa realtà, che io stesso ho ipersemplificato e addolcito, non dobbiamo rimanere sconvolti da una Liliana Segre che nel 2019 afferma << Il messaggio di Anna Frank? Io non so se oggi avrebbe avuto ancora la speranza>>  È normale, o almeno dovrebbe esserlo, rimanere frustrati e rattristiti difronte a questi fatti. E noi cosa possiamo farci? Prima di iniziare a fare cose concrete, dobbiamo schierarci politicamente. Perché, a differenza di quello che moltə credono, la politica non è una cosa sporca e corrotta, o almeno non è solo quello. La politica è soprattutto lo strumento che tuttə possono usare per fare ciò che è giusto e dichiararsi antifascistə è il primo passo da compiere per liberarci di tutti gli scempi che, secondo la Segre,  farebbero perdere la speranza anche ad Anna Frank. 

“Ma a cosa serve essere antifascistə oggi? Il fascismo è un’epoca storica, iniziata e finita.” 

È vero. Il fascismo, nel senso stretto del termine, è un’epoca storica conclusa.
Ciò non significa che qualcunə non ne possa trarre ispirazione. E quindi si. Anche nel 2021 dichiararsi antifascistə è necessario. Chiunque abbia timore nell’affermarsi tale rappresenta un fallimento per la nostra società. E noi, da chimici e chimiche, uomini e donne di scienza, non dovremmo avere esitazione neldichiararci tali. Perché il fascismo è antiscientifico e la scienza ha il dovere di essere antifascista. Primo Levi scrive in “Se questo è un uomo”  << La guerra è un terribile fatto di sempre: è deprecabile ma è in noi, ha una sua razionalità, la “comprendiamo”. Ma nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dall’uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo dobbiamo capire dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto con ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”

Chiudo questa brevissima riflessione, che avrebbe richiesto più tempo che non ho avuto, con l’auspicio che tutti e tutte voi non siate indifferenti davanti al mondo, sperando che ognunə di voi sia motivo di cambiamento. Vi lascio con il celebre passaggio di Antonio Gramsci, Odio gli Indifferenti.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917
Cordiali saluti,
Edoardo 


"Solo due cose sono infinite, l'universo e la stupidità umana, e sulla prima ho dei dubbi"  (A.Einstein)
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Esame di chimica
tratto da Se questo è un uomo
di Primo Levi

Il giorno in cui fu dato l'annuncio ufficiale della sua costituzione, uno sparuto gruppo di quindici Häftlinge si radunò intorno al nuovo Kapo, in piazza dell'Appello, nel grigiore dell'alba.
Fu la prima delusione: era ancora un «triangolo verde», un delinquente professionale, l'Arbeitsdienst non aveva giudicato necessario che il Kapo del Kommando Chimico fosse un chimico. Inutile sprecare il fiato a fargli domande, non avrebbe risposto, o risposto a urli e pedate. Peraltro rassicurava il suo aspetto non troppo robusto e la statura inferiore alla media.
Fece un breve discorso in sguaiato tedesco da caserma, e la delusione fu confermata. Quelli erano dunque i chimici: bene, lui era Alex, e se loro pensavano di essere entrati in paradiso sbagliavano. In primo luogo, fino al giorno dell'inizio della produzione, il Kommando 98 non sarebbe stato che un comune Kommando trasporti addetto al magazzino del Cloruro di Magnesio. Poi, se credevano, per essere degli Intelligenten, degli intellettuali, di farsi gioco di lui, Alex, un Reichsdeutscher, ebbene, Herrgottsacrament, gli avrebbe fatto vedere lui, gli avrebbe... (e, il pugno chiuso e l'indice teso, tagliava l'aria di traverso nel gesto di minaccia dei tedeschi); e finalmente, non dovevano pensare di ingannare nessuno, se qualcuno si era presentato come chimico senza esserlo; un esame, sissignori, in uno dei prossimi giorni; un esame di chimica, davanti al triumvirato del Reparto Polimerizzazione: il Doktor Hagen, il Doktor Probst, il Doktor Ingenieur Pannwitz.
Col che, meine Herren, si era già perso abbastanza tempo, i Kommandos 96 e 97 si erano già avviati, avanti marsch, e, per cominciare, chi non avesse camminato al passo e allineato avrebbe avuto a che fare con lui.
Era un Kapo come tutti gli altri Kapos.
Uscendo dal Lager, davanti alla banda musicale e al posto di conta delle SS, si marcia per cinque, col berretto in mano, le braccia immobili lungo i fianchi e il collo rigido, e non si deve parlare. Poi ci si mette per tre, e allora si può tentare di scambiare qualche parola attraverso l'acciottolio delle diecimila paia di zoccoli di legno.
Chi sono questi miei compagni chimici? Vicino a me cammina Alberto, è studente del terzo anno, anche questa volta siamo riusciti a non separarci. Il terzo alla mia sinistra non l'ho mai visto, sembra molto giovane, è pallido come la cera, ha il numero degli olandesi. Anche le tre schiene davanti a me sono nuove. Indietro è pericoloso voltarsi, potrei perdere il passo o inciampare; pure provo per un attimo, ho visto la faccia di Iss Clausner.
Finché si cammina non c'è tempo di pensare, bisogna badare di non togliere gli zoccoli a quello che zoppica davanti e di non farseli togliere da quello che zoppica dietro; ogni tanto c'è un cavo da scavalcare, una pozzanghera viscida da evitare. So dove siamo, di qui sono già passato col mio Kommando precedente, è la H-Strasse, la strada dei magazzini. Lo dico ad Alberto: si va veramente al Cloruro di Magnesio, almeno questa non è stata una storia.
Siamo arrivati, scendiamo in un vasto interrato umido e pieno di correnti d'aria; è questa la sede del Kommando, quella che qui si chiama Bude. Il Kapo ci divide in tre squadre; quattro a scaricare i sacchi dal vagone, sette a trasportarli giù, quattro a impilarli nel magazzino. Questi siamo io con Alberto, Iss e l'olandese.
Finalmente si può parlare, e a ciascuno di noi quello che Alex ha detto sembra il sogno di un pazzo.
Con queste nostre facce vuote, con questi crani tosati, con questi abiti di vergogna, fare un esame di chimica. E sarà in tedesco, evidentemente; e dovremo comparire davanti a un qualche biondo Ario Doktor sperando che non dovremo soffiarci il naso, perché forse lui non saprà che noi non possediamo fazzoletto, e non si potrà certo spiegarglielo. E avremo addosso la nostra vecchia compagna fame, e stenteremo a stare immobili sulle ginocchia, e lui sentirà certamente questo nostro odore, a cui ora siamo avvezzi, ma che ci perseguitava i primi giorni: l'odore delle rape e dei cavoli crudi cotti e digeriti.
Così è, conferma Clausner. Hanno dunque i tedeschi tanto bisogno di chimici? O è un nuovo trucco, una nuova macchina «pour faire chier les Juifs?» Si rendono conto della prova grottesca e assurda che ci viene richiesta, a noi non più vivi, noi già per metà dementi nella squallida attesa del niente?
Clausner mi mostra il fondo della sua gamella. Là dove gli altri incidono il loro numero, e Alberto ed io abbiamo inciso il nostro nome, Clausner ha scritto: «Ne pas chercher à comprendre».
Benché noi ci pensiamo non più di qualche minuto al giorno, e anche allora in uno strano modo staccato ed esterno, noi sappiamo bene che finiremo in selezione. lo so che non sono della stoffa di quelli che resistono, sono troppo civile, penso ancora troppo, mi consumo al lavoro. Ed ora so anche che mi salverò se diventerò Specialista, e diventerò Specialista se supererò un esame di chimica.
Oggi, questo vero oggi in cui io sto seduto a un tavolo e scrivo, io stesso non sono convinto che queste cose siano realmente accadute.

Passarono tre giorni, tre dei soliti immemorabili giorni, cosi lunghi mentre passavano e così brevi dopo che erano passati, e già tutti si erano stancati di credere all'esame di chimica.
Il Kommando era ridotto a dodici uomini: tre erano scomparsi nel modo consueto di laggiù, forse nella baracca accanto, forse cancellati dal mondo. Dei dodici, cinque non erano chimici; tutti e cinque avevano subito chiesto ad Alex di ritornare ai loro precedenti Kommandos. Non evitarono le percosse, ma inaspettatamente, e da chissà quale autorità, fu deciso che rimanessero, aggregati come ausiliari al Kommando Chimico.
Venne Alex nella cantina del Cloromagnesio e chiamò fuori noi sette, per andare a sostenere l'esame. Ecco noi, come sette goffi pulcini dietro la chioccia, seguire Alex su per la scaletta del Polymerisations-Büro. Siamo sul pianerottolo, una targhetta sulla porta con i tre nomi famosi. Alex bussa rispettosamente, si cava il berretto, entra; si sente una voce pacata; Alex riesce: - Ruhe, jetzt. Warten -. Aspettare in silenzio.
Di questo siamo contenti. Quando si aspetta, il tempo cammina liscio senza che si debba intervenire per cacciarlo avanti, mentre invece quando si lavora ogni minuto ci percorre faticosamente e deve venire laboriosamente espulso. Noi siamo sempre contenti di aspettare, siamo capaci di aspettare per ore con la completa ottusa inerzia dei ragni nelle vecchie tele.
Alex è nervoso, passeggia su e giù, e noi ogni volta ci scostiamo al suo passaggio. Anche noi, ciascuno a suo modo, siamo inquieti; solo Mendi non lo è. Mendi è rabbino; è della Russia Subcarpatica, di quel groviglio di popoli in cui ciascuno parla almeno tre lingue, e Mendi ne parla sette. Sa moltissime cose, oltre che rabbino è sionista militante, glottologo, è stato partigiano ed è dottore in legge; non è chimico ma vuol tentare ugualmente, è un piccolo uomo tenace, coraggioso e acuto.
Bálla ha una matita e tutti gli stanno addosso. Non siamo sicuri se saremo ancora capaci di scrivere, vorremmo provare.
Kohlenwasserstoffe, Massenwirkungsgesetz. Mi affiorano i nomi tedeschi dei composti e delle leggi: provo gratitudine verso il mio cervello, non mi sono più occupato molto di lui eppure mi serve ancora così bene.
Ecco Alex. Io sono un chimico: che ho a che fare con questo Alex? Si pianta sui piedi davanti a me, mi riassetta ruvidamente il colletto della giacca, mi cava il berretto e me lo ricalca in capo, poi fa un passo indietro, squadra il risultato con aria disgustata e volta le spalle bofonchiando: - Was für ein Muselmann Zugang! - che nuovo acquisto scalcinato!
La porta si è aperta. I tre dottori hanno deciso che sei candidati passeranno in mattinata. Il settimo no. Il settimo sono io, ho il numero di matricola più elevato, mi tocca ritornare al lavoro. Solo nel pomeriggio viene Alex a prelevarmi; che disdetta, non potrò neppure comunicare cogli altri per sapere «che domande fanno».
Questa volta ci siamo proprio. Per le scale, Alex mi guarda torvo, si sente in qualche modo responsabile del mio aspetto miserevole. Mi vuol male perché sono italiano, perché sono ebreo e perché, fra tutti, sono quello che più si scosta dal suo caporalesco ideale virile. Per analogia, pur senza capirne nulla, e di questa sua incompetenza essendo fiero, ostenta una profonda sfiducia nelle mie probabilità per l'esame.
Siamo entrati. C'è solo il Doktor Pannwitz, Alex, col berretto in mano, gli parla a mezza voce: - ...un italiano, in Lager da tre mesi soltanto, già mezzo kaputt... Er sagt er ist Chemiker... - ma lui Alex sembra su questo faccia le sue riserve.
Alex viene brevemente congedato e relegato da parte, ed io mi sento come Edipo davanti alla Sfinge. Le mie idee sono chiare, e mi rendo conto anche in questo momento che la posta in gioco è grossa; eppure provo un folle impulso a scomparire, a sottrarmi alla prova.
Pannwitz è alto, magro, biondo; ha gli occhi, i capelli e il naso come tutti i tedeschi devono averli, e siede formidabilmente dietro una complicata scrivania. Io, Haftling 174517, sto in piedi nel suo studio che è un vero studio, lucido pulito e ordinato, e mi pare che lascerei una macchia sporca dovunque dovessi toccare.
Quando ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi e mi guardò.
Da quel giorno, io ho pensato al Doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all'infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto, quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell'anima umana.
Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l'essenza della grande follia della terza Germania.
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile». E nel mio capo, come semi in una zucca vuota: «Gli occhi azzurri e i capelli biondi sono essenzialmente malvagi. Nessuna comunicazione possibile. Sono specializzato in chimica mineraria. Sono specializzato in sintesi organiche. Sono specializzato...»
Ed incominciò l'interrogatorio, mentre nel suo angolo sbadigliava e digrignava Alex, terzo esemplare zoologico.
- Wo sind Sie geboren?  mi dà del Sie, del lei: il Doktor Ingenieur Pannwitz non ha il senso dell'umorismo. Che sia maledetto, non fa il minimo sforzo per parlare un tedesco un po' comprensibile.
- Mi sono laureato a Torino nel 1941, summa cum laude,  e, mentre lo dico, ho la precisa sensazione di non esser creduto, a dire il vero non ci credo io stesso, basta guardare le mie mani sporche e piagate, i pantaloni da forzato incrostati di fango. Eppure sono proprio io, il laureato di Torino, anzi, particolarmente in questo momento è impossibile dubitare della mia identità con lui, infatti il serbatoio dei ricordi di chimica organica, pur dopo la lunga inerzia, risponde alla richiesta con inaspettata docilità; e ancora, questa ebrietà lucida, questa esaltazione che mi sento calda per le vene, come la riconosco, è la febbre degli esami, la mia febbre dei miei esami, quella spontanea mobilitazione di tutte le facoltà logiche e di tutte le nozioni che i miei compagni di scuola tanto mi invidiavano.
L'esame sta andando bene. A mano a mano che me ne rendo conto, mi pare di crescere di statura. Ora mi chiede su quale argomento ho fatto la tesi di laurea. Devo fare uno sforzo violento per suscitare queste sequenze di ricordi cosi profondamente lontane: è come se cercassi di ricordare gli avvenimenti di una incarnazione anteriore.
Qualcosa mi protegge. Le mie povere vecchie Misure di costanti dielettriche interessano particolarmente questo ariano biondo dalla esistenza sicura: mi chiede se so l'inglese, mi mostra il testo del Gattermann, e anche questo è assurdo e inverosimile, che quaggiù, dall'altra parte del filo spinato, esista un Gattermann in tutto identico a quello su cui studiavo in Italia, in quarto anno, a casa mia.
Adesso è finito: l'eccitazione che mi ha sostenuto lungo tutta la prova cede d'un tratto ed io contemplo istupidito e atono la mano di pelle bionda che, in segni incomprensibili, scrive il mio destino sulla pagina bianca.
- Los, ab! - Alex rientra in scena, io sono di nuovo sotto la sua giurisdizione. Saluta Pannwitz sbattendo i tacchi, e ne ottiene in cambio un lievissimo cenno delle palpebre. Io brancolo per un attimo nella ricerca di una formula di congedo appropriata: invano, in tedesco so dire mangiare, lavorare, rubare, morire; so anche dire acido solforico, pressione atmosferica e generatore di onde corte, ma non so proprio come si può salutare una persona di riguardo.
Eccoci di nuovo per le scale. Alex vola gli scalini: ha le scarpe di cuoio perché non è ebreo, è leggero sui piedi come i diavoli di Malebolge. Si volge dal basso a guardarmi torvo, mentre io discendo impacciato e rumoroso nei miei zoccoli spaiati ed enormi, aggrappandomi alla ringhiera come un vecchio.
Pare che sia andata bene, ma sarebbe insensato farci conto. Conosco già abbastanza il Lager per sapere che non si devono mai fare previsioni, specie se ottimistiche. Quello che è certo, è che ho passato una giornata senza lavorare, e quindi stanotte avrò un po' meno fame, e questo è un vantaggio concreto e acquisito.
Per rientrare alla Bude, bisogna attraversare uno spiazzo ingombro di travi e di tralicci metallici accatastati. Il cavo d'acciaio di un argano taglia la strada, Alex lo afferra per scavalcarlo, Donnerwetter, ecco si guarda la mano nera di grasso viscido. Frattanto io l'ho raggiunto: senza odio e senza scherno, Alex strofina la mano sulla mia spalla, il palmo e il dorso, per nettarla, e sarebbe assai stupito, l'innocente bruto Alex, se qualcuno gli dicesse che alla stregua di questo suo atto io oggi lo giudico, lui e Pannwitz e gli innumerevoli che furono come lui, grandi e piccoli, in Auschwitz e ovunque.





Ciao
Luisa

Dal laboratorio se ne usciva ogni sera, e più acutamente a fine corso, con la sensazione di avere “imparato a fare una cosa”;
il che, la vita lo insegna, è diverso dall’avere “imparato una cosa”.
(Primo Levi)


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Ricordo quando andai la prima volta ad Auschwitz con il treno della Memoria. Un misto di curiosità, dolore, vergogna perché sono stati uomini a commettere indicibili atrocità ad altri uomini. Uno degli eventi storici più beceri dell'umanità, senza nulla togliere a tutti gli altri. Ma ero giovincello, non ho messo forse tutto me stesso. Ad alcuni pareva una gita... MA non è un luogo da gita. È un luogo sacro, anche se pieno di morte, dolore, atrocità. Bisognerebbe entrarvi in punta di piedi, con lo sguardo basso, in silenzio.
Ci sono tornato diversi anni fa, mentre ero in vacanza in Polonia. Volevo tornarci da adulto, memore delle innumerevoli volte in cui ho letto Primo Levi, memore delle storie ascoltate, raccontante da superstiti. Alcuni sono i nonni e le nonne di amici, persone vicine. Persone che ancora portano quel marchio, quel tatuaggio, quel numero che li ha trasformati in bestie, non più umani.
Anche questa volta tanti erano qui per farsi la gita, tanto era vicino a Cracovia, vengo qua perché alle miniere di sale non c'è più posto.
Sul bus che ci portava qua hanno fatto vedere una VHS sull'argomento. E già qua mi era salito un magone, un groppone alla gola.
Arrivati fuori dal campo di sterminio, una folla di persone divise per nazionalità. Ricordo che era estate e faceva fresco appena arrivati, ma poi il sole picchiava. Prima andammo a visitare Auschwitz: quella insegna, tanto nota quanto orrenda, ricordava a tutti che il lavoro rende liberi. Liberi da cosa? Dalla vita di tutti i giorni? Tanto presto o tardi chi entrava qua finiva per diventare cenere, fumo, finiva per annichilirsi.
Le baracche stavano in piedi a fatica, forse il tempo, forse la liberazione dei pochi superstiti. In alcune erano accumulate le valige, in altre i capelli rasati dalla testa delle donne, in altre le scarpe dei bambini. E giù a fare le foto come fossero cose da mostrare al ritorno dalle vacanze. Io mi sono rifiutato di profanare quel luogo. Non potevo, non dovevo. Poi i forni e le camera a gas. Anche qui foto.
Siamo proseguiti poi verso Birkenau, altresì noto come Auschwitz II. Non ne bastava uno di campo, ma ce ne erano altri due... Follia.
Qui non resta quasi nulla, solo qualche pezzo di mattoni, legna, carbone. Una distesa desolata, desertica, dove non sembra sia accaduto nulla. Si vedono i binari, come nel campo di Auschwitz I e quel gigante portone per entrarvi. Campeggia in fondo il Memoriale. I due campi formano anche il Museo di Auschwitz-Birkenau.
Volevo andare anche a vedere Auschwitz III ovvero il campo di lavoro di Monowitz ma non era compreso nel biglietto che avevamo fatto e non era così vicino. L'unica cosa che ho visto sono le alte ciminiere rosse e bianche (anche se non ricordo se c'erano davvero o me le ricordo confondendole con altro)... Qui sorgeva un campo di lavoro per la produzione di gomma sintetica Buna-Werke di proprietà della I.G. Farben, per l'impiego dei deportati schiavi nei lavori di costruzione dell'allora più grande stabilimento chimico d'Europa.
Sono tornato a Cracovia e poi a casa con questo ricordo doloroso ma volevo/dovevo farlo da tempo.
Finisco questo racconto con una delle canzoni che penso di aver ascoltato di più nei miei quasi 37 anni di vita. Una canzone che fu scritta da Guccini ma io l'ho ascoltata sempre o quasi cantata da uno dei miei gruppi italiani preferiti, I Nomadi. La voce di Augusto ancora echeggia nella mente. E ancora scendono lacrime sul mio viso.

https://youtu.be/p3lnZOy1eqM

Io chiedo come può un uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento
In polvere qui nel vento
La chimica è una cosa che serve a tutto. Serve a coltivarsi, serve a crescere, serve a inserirsi in qualche modo nelle cose concrete.
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Riporto qua sotto una frase di Primo Levi:
"Tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo"

La giornata della memoria non va dimenticata ma deve rimanere nella memoria di tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, di sinistra e di destra
Oggi a scuola parlandone con l'insegnante abbiamo riflettuto su quanto accade attualmente nel mondo e in particolar modo in europa e africa, dove gli stati dell'UE si comportano come dittature mascherate da stati democratici, finanziando veri e propri "campi" in Bosnia, Grecia, Libia, ecc... per i profughi che fuggono dalla guerra e dalle difficoltà, generate tra l'altro dall'imperialismo instaurato in africa da centinaia di anni proprio dagli stati europei e americani
Invece che andare avanti siamo sempre fermi...
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Ci sono stato al campo di Auschwitz-Birkenau. Mi venne la febbre per 3 giorni.

EDIT: evitiamo di fare propaganda almeno questa giornata, grazie. PS: ripeto e sottoscrivo NIENTE POLITICA.
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(2021-01-27, 19:16)zodd01 Ha scritto: Ci sono stato al campo di Auschwitz-Birkenau. Mi venne la febbre per 3 giorni. Di questa storia possiamo almeno dire che é conclusa, lo stesso invece non lo si puó dire dei gulag dei comunisti. Nessuno sa infatti esattamente quante persone sono state fatte fuori in maniera orribile in quei campi sovietici cosí come nessuno sa quante ne muoiono oggi nei campi di rieducazione in Cina, in Corea del Nord. E chissá quanti oppositori politici sono fatti scomparire a Cuba e
in Venezuela mentre noi stiamo qui belli freschi e tranquilli a giocare in laboratorio. Di recente il Parlamento Europeo ha equiparato comunismo e nazismo ma nella percezione comune stiamo ancora anni luce lontani da questo. In Italia poi la favola che é tutta colpa dei russi mentre invece i comunisti italiani sono buoni é dura da far dimenticare. Ci si scorda che i fantomatici buoni comunisti italiani pigliavano i soldi da quelli russi.

Comunque questa é un'altra storia.
Hai anche ragione, i gulag sovietici e i campi di rieducazione cinesi e coreani sono equiparabili. Ma anche gli stermini dei giapponesi in manciuria con l'unità 731 sono stati dimenticati, e facevano cose raccapriccianti sui prigionieri di guerra.
Su Cuba ho i miei dubbi, non mi sembra uno stato così malvagio  Rolleyes 
Purtroppo le dittature sono tutte brutte allo stesso modo, che siano naziste, fasciste o comuniste.
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Ripeto ragazzi, grazie Chem per aver detto una cosa intelligente, ma non si fa a gara tra le dittature peggiori, grazie.
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Ma infatti anche io sono d'accordo che qualsiasi regime o simile che abbia mai commesso o commetta tuttora atrocità contro l'umanità sia da condannare. Sono stati i tedeschi col nazismo, italiani col nazi-fascismo, cinesi come Mao o russi come Stalin col comunismo a fare cose indicibili. Ma non serve a nulla colpevolizzare uno più di altro. Hanno tutti sbagliato, hanno tutti ucciso innocenti in nome di stronzate.
Oggi ricordiamo i morti della Shoah ma anche di tutti gli altri regimi. Almeno per me vale così.
La chimica è una cosa che serve a tutto. Serve a coltivarsi, serve a crescere, serve a inserirsi in qualche modo nelle cose concrete.
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ChemLore
(2021-01-27, 20:09)Beefcotto87 Ha scritto: Ripeto ragazzi, grazie Chem per aver detto una cosa intelligente, ma non si fa a gara tra le dittature peggiori, grazie.
Certo non era mia intenzione creare discussioni di questo tipo  :-D
Ho solo ripreso una precisazione di Zodd (e ha perfettamente ragione a prescindere degli indirizzi politici)
P.S. chiedo scusa se ho infranto qualche regolamento ma non ho nessuna intenzione di fare propaganda politica
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Esattamente, tutti i totalitarismi sono stati, sono e saranno orribili e devastanti, siano di destra, di sinistra, religiosi o personalisti!
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