Non chiamatela nana bianca, meglio gigante rossa.
Il 29 luglio sarà un mese che una delle poche femmine gradevoli della specie umana ha reso i propri atomi all’Universo, al suo Universo. Margherita Hack era un’anticonformista cerebrale e faceva da contrappeso a femmine puramente vaginali, collocate nelle stanze dei bottoni dal malcostume dei tempi moderni, specie nei nostri palazzi. La Hack ha fatto una folgorante carriera dando via solo il suo sapere, la sua spiccatissima lucidità intellettuale e la sua spontanea abilità comunicativa, rendendo semplice e immediato ciò che non lo è per natura: l’astrofisica. Una donna sportiva, impegnata e amante della Natura, con una disarmante semplicità. Ho avuto il piacere d’ incontrarla qualche anno fa a un convegno, per poi fare con lei un piccolo gesto per i bambini di un ospedale cittadino. Modesta, mai mesta, sembrava indemoniata e forse lo era. A vederla, piccina, canuta, pareva la Befana (e forse i bambini la credevano tale), ma proprio come la vecchina del sei gennaio, portava con sé doni di una ricchezza ineccepibile. Ho letto di tutto (in bene) sulla sua persona, vorrei aggiungere un mio sospetto: forse era aliena, forse proveniva da un astro fra i quattrocento miliardi di stelle della nostra galassia o forse arrivava da un’altra galassia, tra gli oltre cento miliardi di ammassi stellari contenuti in un Universo immenso. Lei lo avrebbe apprezzato certamente, specie per potersi tirare fuori da questo Paese di mignotte in carriera: meglio le stelle delle stalle. La Hack aveva le idee politiche più chiare di chiunque in Italia: nata antifascista, morta antiberlusconiana, quindi di una coerenza impeccabile. Aveva le idee meno chiare sul suo futuro: si iscrisse a Lettere e poi cambiò facoltà dopo un’ora di lezione, passando a Fisica. Decisamente un bel salto nello scibile umano. Pronta a difendere la scuola pubblica, la ricerca, l’università, sempre in lotta contro il Vaticano oscurantista, capace di negare l’innegabile evidenza. Riteneva suo dovere comprendere, rispettare e amare gli altri, anche se non credeva in Dio. E pur credendolo inesistente, ha tracciato la mappa di casa sua, identificando le stelle più remote, comprese quelle negli angoli del tinello. La prima a usare gli UV per indagare le profondità del cosmo, la prima a dirigere in Italia un osservatorio astronomico. I primi libri di astronomia che ho letto erano scritti da lei e li ricordo con immenso affetto. Erano talmente semplici che ho preferito occuparmi di cose più complesse, perché mi apparivano più stimolanti. Quello più vecchio, ancora in mio possesso dal 1981, s’intitola “Il cielo intorno a noi” ed è datato 1977 (edizioni IG De Agostini, Novara); non so quanto l’ho sfogliato, mi pareva immenso. Era vegetariana la Hack, perché amava pure gli animali non umani. Lia Celi ha scritto: “così simpatica che Dio farà finta di non esistere per non darle un dispiacere”. Ne sono convinto anch’io e sono certo che ora avrà un osservatorio privilegiato per scrutare l’Infinito e l’Infinito le sorriderà.
*** Cercar di far bene e non di far molto. (A. L. Lavoisier) ***
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